Successe così che rivestito dell’alta uniforme, per disposizione del suo ultimo protettore un certo presidente Antonio Nigrì, secondo il Villabianca, il feretro scoperto col cadavere dall’orrido ghigno e che aveva tra le mani un crocefisso malgrado la scomunica, cominciò a procedere con seria difficoltà per via dell’Albergheria. Dalla quale sarebbe giunto prima in via Maqueda, passando davanti la chiesa dell’Assunta, per essere infine tumulato nel camposanto dei monaci di Sant’Antonino. Ciò perché questi ultimi, avendo avuto dal Nigrì l’equivalente di circa dieci milioni di oggi, avevano chiamato la congrega della Sciabica che aveva messo a disposizione gli otto bastasi (niente a che fare con i vastasi odierni data l’etimologia dal verbo greco bastazomai, equivalente a portare e trasportare) che presero cassa e cadavere sulle spalle malgrado appunto il tumultuare di una gran folla i cui lazzi, sfregi e pernacchi, non promettevano niente di buono. Fu così che all’altezza dell’Assunta i bastasi fecero il primo tentativo di scaricare il feretro e di scappar via. Ciò che non riuscì per il drastico intervento dei membri della Sciabica. Per cui, circondati dal popolo ormai in tumulto per quelle inaccettabili esequie a Lo Vecchio, finì che tra pugni ,spintoni e male parole i becchini riuscirono a depositare lo sconcio cadavere davanti a Sant’Antonino. Ma la sorpresa dei pochissimi presenti rimasti amici di Lo Vecchio fu grande quando i monaci, malgrado la lauta ricompensa intascata, uscirono dal convento e con le tonache rimboccate e grossi randelli in mano si avviarono verso i becchini ingiungendo loro di portare quel coso infame a Sant’Antonineddu ‘u Siccu. Che era il cimitero dei poveri, recintato di canne all’incirca dove oggi si alza l’ultimo ponte ferroviario sopra l’Oreto, prima della Stazione Centrale.
Ma le cose si misero anche peggio pure là perché il romito, che era anche il custode delle spoglie dei palermitani ultimi della terra, si presentò addirittura armato di una specie di “trombone” - di quelli che si caricavano a mitraglia fatta di chiodi e pezzi di ferro - e chiarì definitivamente le idee ai “bastasi di cinghia” che dopo essersi guardati negli occhi attraverso i buchi dei cappucci se la dettero definitivamente a gambe lasciando il cadavere all’ingresso del modesto cimitero. I palermitanisti d’oggi raccontano che mani anonime, forse non del tutto pietose, scaraventarono in fondo al primo pozzo secco che trovarono il cadavere ormai nudo e perciò ancora più orribile di Matteo Lo Vecchio. Spogliato perfino dell’uniforme da sbirro nuova di zecca. In appresso, solo Leonardo Sciascia, nel 1969, sicuramente sconcertato da questa storia propose il dono di una rosa anche per Matteo Lo Vecchio. Lo scomunicato e cane che non conobbe padrone, come alla sua epoca in molti lo definirono. Una spoglia umana tuttavia, che da così lungo tempo dormiva “in fondo a un pozzo secco, accanto al cadavere dello Stato”.
Testo di Lucio Forte, suggestione di T.C.



